











OLTRE IL RESTAURO: LA NUOVA VITA DI CORTE RENE'
Sulle colline moreniche del Lago di Garda, dove i vecchi casali raccontano una storia fatta di sassi, calce e lavoro nei campi, il progetto di Corte Renée segna un punto di incontro felice tra memoria rurale e sensibilità contemporanea. Trasformare due rustici dell’Ottocento in un resort senza tradirne l’autenticità ha richiesto uno sguardo capace di andare oltre la semplice conservazione o la solita ristrutturazione patinata e perfetta. Invece di nascondere il tempo, lo studio Bricolo Falsarella ha scelto di assecondarlo. Attraverso un metodo originale fondato su 32 regole esecutive, l’architetto Filippo Bricolo ha guidato un cantiere che celebra la materia cruda, la lavorazione artigianale e il valore dell’imperfezione. In questa intervista, Bricolo ci racconta come è nata l’architettura di Corte Renée, tra rispetto per la terra, soluzioni su misura e un dialogo continuo con il paesaggio gardesano.
Corte Renée nasce dalla trasformazione di due casali dell’800 in un resort turistico. Come si fa a far convivere le esigenze dell’accoglienza moderna con l’anima di un luogo rurale?
Viviamo in un’epoca di grande artificialità. In questo momento diventa sempre più importante realizzare spazi catalizzanti dove le persone possano ritrovare la lentezza ed un senso di appartenenza e radicamento. I luoghi rurali possono aiutare in questa azione per la loro naturale capacità di generare benesseri profondi e legami con la terra e le memorie. Questo può accadere a patto di lasciarli respirare per esprimersi in pienezza nella loro semplice bellezza di fatti costruttivi. Per questo preferiamo evitare il cosiddetto restauro coprente. Se si entra in questi luoghi magici rifacendo tutto (gli intonaci, le pietre, le travi) si finisce per togliere la magia e la radice intima della loro toccante bellezza.

Avete parlato di un’architettura fatta di “imperfezioni”: cosa significa cercare la bellezza nei difetti dei vecchi muri anziché nella precisione dei materiali industriali?
La rivoluzione industriale ha portato cose importanti come l’igiene e la comodità, ma ha anche cancellato tutto un mondo millenario fatto di ruvidità e di materialità che nascevano direttamente dai luoghi e facevano parte della cultura dei popoli. Essere contemporanei oggi non significa più necessariamente lavorare sul lucido e sul liscio, questo perché un grande numero di persone trova pace e sollievo nella bellezza dell’imperfetto, nelle atmosfere che si formano negli spazi quando luci, ombre e materia dialogano tra loro. Per noi, ritornare all’imperfezione significa ritornare all’umano.
Qual è la sfida più grande quando ci si confronta con un’architettura spontanea e contadina rispetto a un progetto ex novo?
La sfida più grande è liberarsi dai preconcetti, dalle abitudini costruttive di questi ultimi anni ed ascoltare l’edificio originario, iniziando a conversare architettonicamente con lui in maniera aperta e lasciandosi guidare dalle sue ragioni più profonde.

Per guidare i lavori avete redatto un vero e proprio “manuale” di 32 regole. Com’è nata questa idea e come hanno reagito gli artigiani in cantiere?
Quando abbiamo iniziato a progettare ci siamo resi conto che le azioni che dovevamo fare sugli edifici erano molte e le abbiamo elencate. Dopo molte riflessioni abbiamo pensato che l’esistente aveva delle sue regole: come fare un muro in sasso, come fare un contorno di una finestra in tufo, come fare un solaio con le travi in legno etc… Abbiamo pensato che potevamo aggiungere altre regole: come aprire una nuova finestra, come fare una nuova scala etc. Alla fine sono diventate 32. Le maestranze hanno capito tutto benissimo in quanto non erano ragionamenti estetici, ma pensieri costruttivi molto affini al loro modo di pensare. Molto è anche dovuto alla proprietà, che ha partecipato a tutte le fasi ideative e della costruzione con grande passione.
La nuova torre d’ingresso è stata realizzata mescolando il cemento con i sassi morenici del Garda. Che legame c’è tra questa tecnica e il paesaggio circostante?
Per secoli in questi luoghi si è costruito nello stesso modo: il Garda era un grande ghiacciaio e quando si è trasformato ha generato le colline moreniche trasportando sassi. I contadini li raccoglievano direttamente dai campi per costruire le case e così liberavano la terra per coltivare. Era un ciclo perfetto. L’architettura stava bene nel paesaggio per il semplice fatto che era fatta con il suo corpo. Ci siamo chiesti come poter fare oggi la stessa cosa. È nata quindi l’idea di questi muri morenici in calcestruzzo impastato con ghiaini e materie che rimandano agli intonaci antichi, inserendo all’interno dei casseri i sassi morenici: è una forma di geoarchitettura.

I nuovi solai della torre sono a sbalzo e non toccano le vecchie murature: come si traduce questo rispetto fisico per l’esistente nell’esperienza di chi vive gli spazi?
Questo stacco non è stato facile da realizzare, ma alla fine è diventata per tutti una cosa importante perché prima di entrare nelle stanze e quindi nel cuore dello spazio abitativo si varca questo vuoto tra il nuovo e l’antico, ed è una piccola magia.
Nei dettagli si notano molti innesti in ferro, come i volumi inseriti negli archi o la segnaletica delle camere. Che ruolo ha questo materiale nell’incontro tra antico e contemporaneo?
Volevamo usare un metallo ma non volevamo usare materiali colorati. Ci piaceva l’idea che i colori fossero quelli del materiale stesso. Abbiamo pensato al ferro che nel processo siderurgico forma la calamina che gli dà quel colore nero. Poi lo abbiamo fissato con del lucido da scarpe, un po’ come si faceva anni fa e come avevamo già fatto nel nostro progetto per il recupero dell’Ala Est del museo di Castelvecchio.

Avete riutilizzato elementi e nomi legati alle vecchie funzioni contadine del complesso. Quanto è importante la memoria storica nel dare un’identità a un nuovo progetto ricettivo?
Quando bisognava scegliere i nomi delle stanze la famiglia si è riunita ed alla fine ha scelto questa soluzione che è molto bella, in quanto sono nomi che ricordano le vecchie funzioni di quello specifico spazio (Arele, Caaleri, Fenil, Vinara). Ma questi nomi hanno anche un suono misterioso e aperto che funziona bene per un luogo di viaggio che in fondo è sempre un altrove. È bella l’idea di vivere dentro l’evocazione di un’origine.
Tra le 32 regole ce n’è una in particolare a cui siete più legati o che ha sorpreso di più il committente?
Direi quella che abbiamo chiamato finestra “Lina”. Dovevamo aprire delle finestre nuove nella parete del vecchio fienile ma volevamo che fossero in qualche modo spontanee. Osservando il vecchio muro abbiamo visto che c’erano molti fori generati dalla mancanza di sassi che formavano delle specie di aperture a forma libera. Ci sono venute in mente le finestre fatte da Lina Bo Bardi per il Sesc Pompeia che avevamo visto a San Paolo del Brasile ed abbiamo unito le due cose.

Progettare ed essere radicati nelle colline del Lago di Garda influisce sul vostro modo di intendere l’architettura?
Ci sono architetti nomadi e architetti stanziali. Noi siamo sicuramente della seconda specie. È un aspetto fondamentale, tutto per noi ruota attorno al cercare un’intensità partendo dall’anima di questi luoghi bellissimi ed unici.

Il progetto ha collezionato diversi riconoscimenti nazionali (tra cui la vittoria del Premio Rigenera, del Premio Carlotta per l’architettura, del Premio Architettiverona e le menzioni ai Premi Architetto Italiano, Città di Oderzo e Premio Barbara Capocchin). Qual è il messaggio più forte che Corte Renée manda al dibattito sul recupero del patrimonio rurale?
Credo che il messaggio sia quello di porre attenzione a questo patrimonio enorme di edifici agricoli in attesa, dove il recupero possa portare anche ad una “rigenerazione umana” facendo vivere le persone a contatto con queste cose antiche e poetiche.
Che consiglio dareste a un giovane progettista che si trova ad affrontare per la prima volta il restauro di un edificio storico rurale?
Ascoltare l’antico. Sedersi dentro lo spazio che devono recuperare senza fare nulla per ore e guardare lentamente, cercando di cogliere le emozioni profonde di questi luoghi.

Scheda Progetto
Progetto e direzione lavori: Filippo Bricolo, Francesca Falsarella
Collaboratrice: Valeria Righetti
Imprese: Cressoni Costruzioni, Valbusa snc, Vecchio Stile snc, Dalle Pezze Luciano srl,
Tecno.Bi.Tre srl, Pintus srl, Qu-lighting, Tecnolux snc, Idrotec, Tecnica Verde srl
Committente: Corte Renèe
Fotografie: Pietro Savorelli (Savorelli Associati)

Beyond Restoration: The New Life of Corte Renée According to Bricolo Falsarella
In an exclusive interview, architect Filippo Bricolo discusses the transformation of two
19th-century rustics on the morainic hills of Lake Garda into a contemporary resort. Driven by 32 custom execution rules, studio Bricolo Falsarella avoids surface-level restoration, choosing instead to celebrate raw materials, site-specific stone, and the poetic value of imperfection. The project seamlessly bridges historical rural identity with modern hospitality, offering a compelling vision for human-centered architectural regeneration.
