








ARTISTA AUTENTICO
Tra gli artisti di culto del panorama veronese vi è senz’altro Frank Cianuro, artista atipico e intensamente viscerale. Dopo aver attraversato i tormenti di un’esistenza complessa e dolorosa, si ritrova oggi, a cinquant’anni, con il desiderio di giocare ancora una volta, come un bambino divertito, con i mostri e le paure che hanno governato la sua vita. Li ritrae, li trasforma, ne indaga i volti e ne scolpisce le forme: sono presenze che lo hanno accompagnato, segnato e perseguitato per anni, diventando parte stessa del suo immaginario artistico. L’unico modo per renderle sopportabili era trasformare il dolore in racconto e l’angoscia in arte. Oggi, finalmente, anche con una buona dose di ironia.

Ho suonato e bussato alla porta del suo laboratorio-atelier. Al quarto tentativo ero sul punto di rinunciare, poi ha aperto. Campanello e colpi erano sovrastati da un disco di Tom Waits sparato ad altissimo volume. Dopo un primo scambio, con fare gentile ed ironia pungente, Frank Cianuro ha accolto con disponibilità la proposta di questa intervista. Un incontro sospeso tra silenzi densi e frasi misurate, dentro uno spazio che riflette pienamente il suo mondo interiore: disordinato, inquieto, autentico.
Ciao Frank, per introdurti ai lettori, come descriveresti in sintesi il tuo profilo, sia dal punto di vista umano che artistico? Chi è Frank Cianuro, nella vita e nell’arte?
L’incipit più azzeccato della mia biografia rimane “Once, I was a dreamer…” ed io lo sono ancora, in qualche modo, a 50 anni. Più disilluso, oggi rimango comunque un sognatore maldestro. Art director in uno studio di progettazione, design e comunicazione, da circa vent’anni porto avanti il mio progetto basato sulla rappresentazione della disillusione estetica. Da sempre trovo molto più interessante raccontare di una bellezza ‘altra’ rispetto ai cliché di quella standardizzata: i miei ritratti raccontano di singolarità, di particolarità, di volti e vite imperfette… di quella “bruttezza apparente” che, se presa con ironica leggerezza, si trasforma in bellezza assoluta, la bellezza dell’inusuale.

Il tuo percorso artistico si distingue per una continua evoluzione verso forme espressive sempre più complesse e multidisciplinari: dalla pittura alla fotografia, dalla scultura alle installazioni. Ci sono altri linguaggi o ambiti creativi che stai attualmente esplorando?
La mia modalità espressiva è partita tanti anni fa dalla fotografia e dalla sua manipolazione attraverso smalti, acidi deformanti ed altri materiali meno convenzionali. Ho sempre amato la rappresentazione del tormento dell’anima, ma anche della tragicomicità che riscatta, che salva da dolori che smarriscono la mente di fronte all’oceano di dolori vissuti.
Cerco da sempre di non fossilizzarmi ma di esplorare, proprio per rispecchiare la realtà che vivo e che sogno. Nella mia vita artistica ho attraversato stili e sperimentato tecniche diverse, da progetti di grafica digitale a tecniche miste su base fotografica, la mia ricerca è andata avanti fino a quando un giorno rovistando tra i miei vecchi materiali ho ritrovato gli schizzi improbabili dei miei primi lavori e… boom!
Era la semplice visione incorrotta del tutto. Quello che mi ostinavo a cercare lo conservavo da sempre tra le pieghe inconsapevoli dei miei fogli. In quell’esatto momento ho deciso di tornare a spogliarmi di tutte le sovrastrutture per ricongiungermi alla mia forma iniziale, ripartendo nuovamente con la voglia di ritratto che ha generato in me questo ironico amore per la “bruttezza apparente” che da sempre tanto mi diverte.

Alcuni elementi presenti nelle tue opere evocano, per stile e tratto, riferimenti all’infanzia. Si tratta di un’esigenza espressiva autentica o di una scelta concettuale? Qual è il significato che intendi trasmettere attraverso questa dimensione visiva?
L’origine del “mio mondo” è del tutto istintiva e naturale, non ci sono mai state tecniche evolute se non quelle dell’analisi “quasi Freudiana” delle mie emozioni e delle mie paure. Ho attraversato i tormenti di un’esistenza complicata e dolorosa per ritrovarmi ora, a 50 anni, a voler giocare ancora una volta – come un bambino divertito – con i mostri e le paure che hanno governato la mia intera esistenza, ritraendo i volti e le figure che sono entrate a farne parte.
La mia vita è sempre stata tragicomica… ho cercato di ironizzare sulle paure irrazionali anche nei momenti più drammatici ed è stata forse la via per renderle più sopportabili nel tempo. Con queste opere concettualmente leggere voglio ritrovare il bambino che si è perso nelle depressioni di una vita adulta, troppo veloce pur rimanendo immobile. Voglio tornare indietro, ai momenti prima del dolore e delle perdite, a quando ero felice nel non sapere come sarebbero andati una volta cresciuto.
Chi non vorrebbe in fondo una seconda possibilità di ritrovarsi bambino, a quando tutto deve ancora accadere? Ecco perché queste opere, realizzate con filo di alluminio o di gomma sagomato a mano, nascono in origine su un foglio di carta, con tratto continuo, realizzato ad occhi chiusi e con la mano sinistra, nel tentativo infantile di restituire disegni che non abbiano nessuna corruzione di tratto, nessuna educazione di esso, con la sola volontà di divertirsi attraverso la brutalità leggera di un pensiero inconscio non ancora educato. Ecco, il Crunk per me è questo: un gioco che cristallizza la voglia di una felicità ignara e trasparente, ancora viva, luccicante.
Con queste opere improbabili e leggere cerco di dare vita al grottesco che mi circonda da sempre, spesso ritraendo esistenze incaute e maldestre come la mia.
Le tue opere da parete, definite Crunk, presentano un linguaggio visivo molto distintivo. Chi sono i soggetti o le fonti di ispirazione che influenzano maggiormente questo ciclo di lavori?
Soggetti dei Crunk? Persone della mia infanzia, anime improbabili del passato, idoli contemporanei riletti sempre in chiave ironica.

Abitare Magazine si occupa frequentemente di spazi abitativi privati. In quali ambienti le tue opere trovano, secondo te, la loro collocazione ideale?
La collocazione ideale dei Crunk è quella di pareti ampie e ariose con elementi che guardano al brutalismo, come il cemento e le linee rigide ma scaldate da quanta più luce naturale possibile… hall di alberghi dal design moderno e lineare, che siano a Miami o a Stoccolma, poco importa: sicuramente queste opere si sposano alla perfezione con ambienti minimal dal sapore internazionale.
Esiste un tratto comune tra i collezionisti o gli appassionati che seguono il tuo percorso artistico? Che tipo di persone sono, generalmente, quelle che scelgono le tue opere?
I miei clienti sono persone istintive che leggono e sposano il gioco dell’ironia anche sui temi più pesanti della vita, che si rivedono in opere come La stronza della mia catechista o La mia governante e il suo culone felice… sono clienti che diventano amici, che abbracciano il gioco del bambino per ridere e sorridere degli inconvenienti di questa vita, altrimenti a tratti insostenibile.

Passiamo alle sculture. Le opere della serie Mosche Acrobatiche (o The Acrobatic Flyez) sembrano racchiudere una riflessione critica sulla società contemporanea. Qual è la filosofia che guida questi lavori e quale messaggio intendi trasmettere attraverso queste sculture?
Le mie “mosche” sono divertenti art toys acrobatici da compagnia, irriverenti e dissacranti, anche loro nate dal mondo Crunk come evoluzione del soggetto più improbabile. Ogni mosca ha il proprio temperamento e carattere. Tutte apparentemente uguali, ma ciascuna ha elementi che la distinguono dalle altre.
Pezzi unici all’interno di installazioni replicabili. Incaute e maldestre rese irresistibili, sono piccole sculture in edizione limitata, ognuna con il proprio nome e certificato di nascita. Ho scelto le mosche perché nell’immaginario di tutti sono orribili e fastidiose: loro sono il mio modo di divertirmi con il diverso, rendendolo oggetto di attenzione.
Ci sono elementi del tuo modo di fare arte o del tuo processo personale che consideri critici o che senti il bisogno di rivedere?
Fare arte è una continua evoluzione personale e passa attraverso l’arricchimento esperienziale e la ricerca di tecniche e soluzioni sempre diverse, come diversi sono gli stati d’animo sottostanti.
Qual è il significato che Verona ha assunto per te nel corso della vita? Come si è evoluto il tuo rapporto con la città dall’infanzia, all’età adulta, fino ad oggi?
Verona fa parte della mia rinascita, quella in cui ho fatto pace con la provincia e i suoi drammi, e ho deciso di riportare alla luce la passione per il mio modo di comunicare ciò che sento. Mi ha regalato l’amore e la fiducia in ciò che sono e che propongo.

Dopo numerose esposizioni personali e collettive in Italia ed anche all’estero, quali sono i tuoi prossimi progetti espositivi? Dove si potranno vedere le tue opere in futuro?
Ho da poco iniziato un’interessante collaborazione con la galleria di Bruxelles The 6A Gallery, sarò tra gli artisti rappresentati dalla stessa al Knokke Art Fair dall’08 al 17 agosto 2025 e all’Affordable Art Fair di Amsterdam dall’8 al 12 ottobre 2025, che replicherà anche nel 2026. Al contempo, con la Martec Gallery di Verona, sto sviluppando un progetto di collaborazione a più livelli: si tratta di una realtà veronese giovane e dinamica, con ampi margini di sviluppo nel contesto urbano di Verona.
Molti artisti oggi si rivolgono al mondo social considerandolo ricco di opportunità per promuovere la propria arte. Tuttavia, spesso sembra che questi canali non garantiscano sempre il riconoscimento che meritano. Qual è la tua opinione in merito a questa dinamica?
Sicuramente i social hanno un ruolo fondamentale nella diffusione capillare delle nostre idee, resta il fatto che, per età e professione, preferisco nettamente – dove possibile – il contatto one to one, perché alla fine sono sempre le persone a fare la differenza.

Qual è la tua posizione riguardo al ruolo e l’importanza della visibilità e della presenza pubblica nel percorso artistico?
Ho scelto da sempre di essere un passo indietro rispetto all’essere presente in prima persona agli eventi che mi vedono protagonista, più per carattere che per scelta di campo. Certamente io resto il miglior conoscitore della mia arte, dunque anche la persona più in grado di raccontarla, e questo fa comunque parte del “pacchetto”.
Lo saluto dopo il terzo caffè nell’arco di un paio d’ore. Tutto ciò mentre, con il suo solito entusiasmo frenato, srotola silenziosamente cavi neri per la realizzazione del suo prossimo Crunk, un pannello di grandi dimensioni, almeno 2 metri per 2.
Grazie Frank, per averci regalato un pezzetto del tuo tempo… e della tua intimità artistica! Ci rivedremo presto, in occasione di una tua prossima esposizione, con la speranza si possa svolgere nel nostro territorio.
Web: www.frankcianuro.com
Instagram: www.instagram.com/frankcianuro

Frank Cianuro is an artist known for creating unique pieces within replicable installations—his small, limited-edition sculptures, often shaped like flies, are provocatively playful reinterpretations of what’s typically seen as ugly or annoying. Each has a name and a birth certificate, turning the unwanted into something captivating.
His creative process is in constant evolution, deeply influenced by personal experiences, changing emotions, and experimentation with different techniques. He views art as a journey of self-discovery and growth.
Verona plays a special role in his life—it’s the city of his personal rebirth, where he reconciled with his roots and reignited his passion for artistic expression. It gave him love and the confidence to be true to his artistic voice.
Looking ahead, Frank will exhibit with The 6A Gallery in Brussels at the Knokke Art Fair (August 2025) and the Affordable Art Fair in Amsterdam (October 2025 and again in 2026). He’s also developing a multi-level collaboration with Martec Gallery in Verona, a promising local art space.
While he acknowledges the power of social media in spreading ideas, he prefers personal interactions, believing that real human connection has a greater impact. Frank tends to stay in the background at events, not out of strategy but due to his personality—though he recognizes he’s the best person to talk about his own work.
The interview ends with a glimpse into his everyday world: drinking coffee, preparing for his next large-format artwork titled Crunk, and maintaining his signature low-key but passionate approach to creation.