




DA VERONA A CASH OR TRASH SU CANALE 9
Se sei veronese e segui la trasmissione Cash or Trash, non puoi non amare ed essere orgoglio di Stefano D’onghia. Uno dei volti più apprezzati del programma, Stefano è molto più che un semplice “mercante”: è un vero ambasciatore della veronesità in TV.
Lo abbiamo intercettato tra una trattativa nel suo negozio di Cerea e una registrazione negli studi milanesi di Canale 9. Una chiacchierata che, fin da subito, è sembrata condurci in una puntata del programma. Stefano è così, come lo vedete in televisione: verve travolgente, gentilezza innata e una passione autentica che spiega da sola il successo riscosso nel celebre format.

Stefano, qual è la domanda che ti fanno sempre e che vorresti evitassero? E quella che non ti fanno mai e invece ti piacerebbe ricevere?
La domanda che mi fanno sempre è: “Qual è l’oggetto più curioso che hai venduto?”. E ogni volta mi trovano impreparato. Ne ho venduti talmente tanti che è davvero difficile rispondere. Mi viene in mente una cintura di castità, ma è solo uno dei tanti.
La domanda che invece mi piacerebbe ricevere più spesso riguarda l’arte veronese. Sono un grande appassionato di pittura e dei suoi interpreti locali, che purtroppo vengono spesso sottovalutati.
Evitiamo allora la mia prima domanda che volevo porti, ovvero qual è l’oggetto più curioso che hai venduto e raccontaci un po’ di questa passione per la pittura veronese.
Nel 1999 ho aperto una galleria d’arte, che ho chiamato Dongi’s Art, con l’intento, forse un po’ troppo ambizioso, di avvicinare il pubblico all’arte. Il progetto non ha avuto l’esito sperato, ma nasceva da una passione sincera e profonda: la pittura veronese, alla quale ho sempre dedicato grande attenzione. Tra gli artisti che apprezzo maggiormente ci sono Luciano Albertini, che considero di straordinaria intensità, ed Eugenio Degani, spesso trascurato ma dotato di un talento istintivo e immediato. Entrambi vantano un percorso artistico di rilievo, così come Farina, Zamboni, Dall’Oca Bianca e Pigato. Si tratta di pittori che, a mio avviso, meritano di essere riscoperti e valorizzati, perché rappresentano una parte significativa della storia artistica veronese che rischia altrimenti di essere dimenticata.

Ma veniamo a Cash or Trash. Ti vediamo a tuo agio come un perfetto veterano della televisione. Ma è tutto vero quello a cui assistiamo? Com’è il rapporto con gli altri mercanti, con Conticini e con Rosa fuori dalla trasmissione?
Io e gli altri mercanti, pur lavorando nello stesso settore, veniamo da ambienti distanti. Senza la trasmissione non ci saremmo probabilmente mai incontrati. Tantomeno con Conticini e Rosa. Roberta era un personaggio già molto in vista nell’ambiente con una grande autorevolezza. Abbiamo avuto bisogno di alcune edizioni del programma per imparare a conoscerci e a diventare oggi amici. Inizialmente ho legato con Ada e Giano e pian piano con gli altri. Oggi siamo tutti amici, “rivali” ma amici.
Quello che si vede in trasmissione è tutto vero. Ci sfidiamo realmente e gli oggetti battuti all’asta sono davvero acquistati. Se pensi ad un oggetto che ho comprato durante la trasmissione, lo potrai ritrovare in vendita nel mio negozio.
Cash or Trash rimarrà la tua unica esperienza televisiva o ambisci a trovare strada in questo ambiente?
La televisione è un mondo affascinante: tutto è amplificato, frenetico, caotico, abbagliante. Cerco di tenermi in equilibrio tra questo universo e la mia vita privata, ma ammetto che mi attira. Valuterei volentieri la partecipazione ad altri programmi.
Mi piacerebbe molto un format dedicato all’interior design e alla ricerca di pezzi pregiati per arricchire gli ambienti. Un programma che entri nelle case delle persone, racconti le storie dietro i loro arredi e offra spunti culturali. Credo che in TV ci sia ancora troppa paura nel proporre contenuti culturali, eppure penso che funzionerebbero. Anche Cash or Trash, in fondo, è un programma che insegna molto, con tanti riferimenti colti.

Parliamo della tua professione. Vendere e comprare: ci sono delle regole precise o è tutto frutto dell’istinto?
Un buon venditore segue strategie precise e ha come obiettivo ottenere il massimo dalla propria compravendita. Non significa essere disonesti, ma semplicemente marginare il più possibile, come fa qualsiasi azienda con i propri prodotti.
Detto ciò, io non mi considero un venditore. All’inizio mi definivo un “cacciatore di tesori”, anche se ormai è un termine un po’ inflazionato. Oggi preferisco vedermi come un custode di oggetti: me ne prendo cura mentre passano da un proprietario all’altro.
Naturalmente, devo guadagnare per far vivere la mia attività, ma il mio vero scopo è dare agli oggetti una seconda o, magari, una terza e una quarta vita.
Quindi puoi affermare con certezza di non aver mai rifilato a nessuno una patacca?
Sì, posso dirlo con assoluta certezza. Almeno, non consapevolmente. E in ogni caso, nessuno è mai tornato da me lamentandosi di aver comprato qualcosa di diverso da quanto dichiarato. Se dovesse accadere, sarei pronto a riprendermi l’oggetto.
Qual è un tuo oggetto, invece, che non riesci proprio a vendere?
Ce ne sono diversi, ma uno in particolare. Ho ricevuto parecchie offerte, anche importanti, ma non riesco a separarmene. È uno dei primi orologi che ho acquistato, e l’ho preso grazie all’aiuto di mio nonno. Ha dei graffi sul vetro, fatti da me quando giocavo da ragazzino.
Non sono schiavo del denaro: quei graffi rappresentano la mia infanzia e rendono quell’orologio per me inestimabile e invendibile
Hai iniziato la tua attività con la compravendita degli Swatch, negli anni ’90. Ne hai conservato qualcuno?
Certo! Ne ho ancora diversi, soprattutto della serie Chrono, la mia preferita. Li indosso spesso durante la trasmissione e attirano sempre l’attenzione degli appassionati. Ricevo messaggi, offerte, sono persino finito su alcuni blog di orologi grazie a quei pezzi “mitici”. Chi ha vissuto quella passione negli anni ’90, sa esattamente di cosa parlo.

Parlando del secolo scorso: qual è il decennio a cui sei più legato? E quali oggetti lo rappresentano meglio?
Senza dubbio, gli anni Settanta. E l’oggetto che più li rappresenta è la plastica.
Oggi viene demonizzata, ma in realtà non è la plastica il problema: è l’abuso che se ne fa. Un sacchetto di plastica può durare mille anni e può essere utilizzato per altrettanti! È l’uso che ne facciamo a determinare l’impatto. E questa è la mia filosofia: gli oggetti devono durare. Vendeteli, regalateli, proponeteli a me, ma non gettateli. Tutto merita una seconda vita.
Come sai, Abitare entra spesso nelle case private. Raccontaci un po’ della tua. Immagino non sia in stile minimalista.
La mia casa è un contenitore di esposizioni. Una mostra ciclica di argenti, vetri, ceramiche, opere d’arte e oggetti provenienti da ogni parte del mondo. Nulla è statico, tutto si muove, si trasforma, cambia posizione. Gli oggetti entrano, restano per un po’, raccontano la loro storia e magari poi trovano un nuovo proprietario. È un luogo vivo, mai uguale a se stesso, dove convivono stili, epoche e culture differenti. C’è un’anima in ogni angolo: un vaso Art Déco accanto a un’icona sacra, un servizio da tè inglese in dialogo con una scultura africana. È il contrario del minimalismo: è accumulo consapevole, curato, emozionale. Ogni cosa ha un motivo per essere lì, e spesso quel motivo è legato a un ricordo, a un viaggio, a un incontro. La mia casa è, in fondo, il mio diario tridimensionale.
Hai un oggetto speciale di cui vuoi parlarci?
Sì. Oltre alla mia attività, lavoro come perito estimatore per il tribunale di Verona. Spesso mi chiedono di stimare i beni ereditari. Tra questi, uno dei pezzi a cui sono più legato è un baule appartenuto a un generale della Prima Guerra Mondiale. Una persona che ha combattuto perché noi fossimo oggi liberi.
Dentro ci sono oggetti personali,lettere, frammenti di una vita. Mi affascinano perché, attraverso di essi, conosco meglio il defunto di quanto lo conoscessero i suoi stessi eredi. In un certo senso, lo mantengo vivo dando una seconda vita alle sue cose. Gli oggetti raccontano sempre una storia, e io cerco di ascoltarla.
Sei un ceretano doc. Cosa rappresenta Verona per te? E com’era il rapporto con la città da ragazzo, da adulto e oggi, da personaggio noto?
In realtà mia madre è veronese e Verona ha sempre avuto un ruolo importante nella mia famiglia. Credo che anche la mia famiglia abbia lasciato qualcosa alla città. Mio nonno era un Venier: realizzava le scenografie per l’Arena. Ha contribuito a rendere unici gli spettacoli che hanno fatto conoscere Verona in tutto il mondo. Amo Verona, ma amo anche la provincia. Se dovessi mettere le due cose su un piatto della bilancia, l’ago si fermerebbe esattamente a metà.
Cerea, e la Bassa Veronese in generale, costituiscono un importante distretto del mobile, con una lunga tradizione manifatturiera. Eppure oggi sembrano non ricevere il riconoscimento che meriterebbero. Qual è la tua opinione?
Abbiamo una grandissima tradizione legata al mobile, soprattutto in stile classico. Oggi però quel gusto è meno ricercato. Ma ti rivelo una cosa in anteprima: sto per presentare una mia collezione di mobili, realizzata con un’azienda di Cerea.
È una linea composta da tre pezzi che rappresentano un punto di rottura. Una fusione tra lo stile ceretano e intarsi contemporanei. La collezione si chiama Frazione e i mobili: Asparetto, Cherubine e Aselogna. Per ora non posso dire di più, ma vi inviterò alla presentazione ufficiale.
Lo salutiamo mentre, con il solito entusiasmo, torna alle sue trattative tra cimeli d’epoca e oggetti curiosi.
Grazie Stefano, per averci regalato un pezzetto del tuo tempo… e della tua veronesità!
Ci rivediamo presto su Cash or Trash e chissà, magari con qualche chicca trovata proprio dalle nostre parti.

From Verona to the TV show Cash or Trash, the gentleman merchant, Stefano D’Onghia.
Stefano D’Onghia, beloved TV personality from Cash or Trash and proud ambassador of Verona, speaks with Piergiorgio Barzon between filming sessions in Milan and daily work at his antiques shop in Cerea. Known for his charisma, sharp eye, and genuine passion for the stories behind every object, Stefano reveals lesser-known aspects of his life and career: from his deep admiration for Veronese painting to his early beginnings in the 1990s trading collectible Swatch watches—an era that continues to influence his personal and professional style.
In this interview, he shares candid reflections on the behind-the-scenes dynamics with fellow dealers and TV hosts, highlighting the camaraderie, competition, and respect that define their on-screen chemistry. He also talks about his aspirations for future cultural TV formats, imagining programs that go beyond entertainment to explore the deeper meaning of interior design, craftsmanship, and heritage.
Rooted in his identity as a collector and certified appraiser, Stefano doesn’t just sell objects—he preserves their memory and gives them new life. Soon to debut as a furniture designer with a capsule collection inspired by his hometown, he blends past and present in surprising ways. Stefano D’Onghia is more than a merchant—he’s a storyteller, a cultural enthusiast, and a passionate listener to what objects have to say.